domingo, 2 de abril de 2017

Claudio Airo - Omninside (MUSICISTI ASSOCIATI PRODUZIONI M.A.P. 2017)



Adesso viene il bello (e il difficile ...)
Neanche troppo distante dalla boa dei quarant'anni (è nato a Milano nel 1967, anche se dal '91 vive in Toscana), il pianista Claudio Antonio Airo (originariamente Airò; poi, con gli spostamenti del nonno dalla natia Sicilia, l'accento si è perso per strada) decide di documentare la propria musica attraverso il primo lavoro discografico a suo nome.


Segnato dalle frequentazioni di Arrigo Cappelletti prima e di Umberto Petrin poi, dentro alla valigia si porta anche un certo legame con la musica leggera, nel cui circuito si è mosso poco più che ragazzo, e con programmazione e registrazione, anche su sistemi computerizzati. Poi, con l'avvento del nuovo millennio, il jazz finisce per assorbire tutte le sue energie creative (che sono, specificatamente, anche quelle di chi scrive musica prima ancora di suonarla). Nell'ambito di Siena Jazz conosce colleghi di strumento del valore di Paolo Birro e Stefano Battaglia (anche lui milanese di stanza in Toscana), nonchè, ai seminari sardi di Sant'Anna Arresi, i vari Schiaffini, Braxton, Muhal Abrams, Roscoe Mitchell, Tim Berne, tutta gente che non può non lasciare un segno in chi vi si imbatta.

Tutto questo bagaglio rifluisce oggi in "Omninside", il cui elemento fondante appare di primo acchito un'estrema cantabilità. Prendiamo il brano iniziale, Dissoluzione, uno dei quattro a firma di Airo: è il solo pianoforte ad aprirlo, e sembra che da un momento all'altro debba entrare in scena una voce. Quella voce, di fatto, si materializza nel sax soprano di Klauss Lessmann. Non è del resto il sax soprano, col suo rievocare la voce lirica per antonomasia, quella delle Callas e delle Tebaldi, lo strumento più prossimo all'umano lirismo? Steve Lacy, imprescindibile maestro del sassofono diritto, ne era più che convinto: "Il soprano è la voce, il canto per eccellenza", dichiarava. Non si può certo dargli torto.

Tale tratto - la cantabilità, appunto - permea di sè ogni passaggio del primo trittico di brani. Che, emblematicamente, si chiude con una canzone, Senza fine di Gino Paoli, che a chi scrive - naturalmente anche per il suo svilupparsi su tempo ternario - ha sempre dato l’idea di una specie di My Favorite Things di casa nostra. E qui le gerarchie (magari non l'andamento, più lineare, fluido, a tratti quasi bossanovistico, quindi non altrettanto squassante, vorace, onnicomprensivo) riecheggiano quelle del capolavoro che Coltrane fece proprio, iscrivendolo fra le massime icone della letteratura jazzistica: un sax soprano, un pianoforte, un contrabbasso, una batteria.

Più avanti Lessmann passa al clarinetto, quindi al sax tenore (sul quale mostra di aver ascoltato con attenzione un certo Wayne Shorter), e i tracciati finiscono per indirizzarsi anche altrove, facendosi ora vagamente cameristici, ora di più stretta osservanza post-bop.


Rimane, alla resa dei conti, l'immagine di un lavoro composito (come molte opere prime, del resto, in cui sembra una sorta di imperativo categorico dire un po' tutto di sè, riassumere ogni personale sfaccettatura), frutto del lavoro di un gruppo ottimamente coeso ed efficiente. Come sempre in questi casi, adesso comincia il difficile.

1. Dissoluzione (C. Airo)
2. Omninside (C. Airo)
3. Senza Fine (G. Paoli)
4. MO (C. Airo)
5. Box and One (K. Lessmann)
6. Amennema (F. Fabbrini)
7. W Ernest (F. Fabbrini)
8. Work (T. Monk)
9. Mimando (C. Airo)

Claudio Airo - piano
Klauss Lessmann - sax, clarinet
Franco Fabbrini - bass
guest Francesco Petreni - drums